Riflessione

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Sono morti mentre dormivano, mentre cercavano di scappare, mentre si chiedevano cosa stesse succedendo. Le case sono crollate, la terra si è aperta e non ha fatto distinzioni. Sono morti bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne. Il terremoto a L’Aquila ha buttato giù case, scuole, chiese, palazzi pubblici, pali della luce, qualsiasi cosa stava in piedi. Ha aperto l’asfalto delle strade e ha cancellato in pochi secondi la lunga storia di borghi antichi, il lavoro dell’uomo, la sua fatica, i suoi sogni.

Dopo il terremoto sono arrivate le televisioni. Le facce contrite dei giornalisti hanno raccontato, le macchine da presa hanno inquadrato, filmato la tragedia, fotografato il dolore. Così nelle case di tutti gli italiani il terremoto è entrato senza bussare e come al solito senza bussare sono entrate le lacrime, le espressioni di chi è stato colpito dalla tragedia, gli occhi spenti, gli occhi disperati, gli occhi bagnati e le voci rotte dal pianto.

Così, dopo il terremoto e dopo l’ingresso della televisione, dalle case degli italiani sono usciti fuori il cordoglio e la solidarietà. Il senso di una straordinaria fratellanza e di una sentita partecipazione che soltanto in momenti come questo riescono a bucare la coperta dell’indifferenza che ricopre solitamente il nostro vivere quotidiano e lo tiene ben al riparo da tutto quanto succede.

 Adesso, dopo il terremoto, dopo l’abbuffata televisiva e dopo la partecipazione dell’Italia tutta, quello che mi gira in testa è solo qualche domanda. Possibile che sia reale solo quello che la scatola televisiva fa vedere? Possibile che l’unico dolore capace di commuovere sia quello dietro le telecamere?

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